Conobbi il Monte Pidocchina (PT) perché mi ci portò lassù un mio fraterno amico I1ZJ, poi I6ZJ, da tempo SK, che fu uno dei primi ardimentosi che gettarono le basi nella Piana del Fucino (AQ) di quella che poi sarebbe diventata la Telespazio.

Gianni lavorava in RAI e la RAI lo prestò in assegnazione presso la costituenda Società affinché, insieme a quattro o cinque altri ardimentosi a bordo di mezzi mobili militari americani, potessero sperimentare la possibilità di collegamenti satellitari. Era allora tempo di pionieri …
Con lui visitammo nel 1964 l’installazione di quel ponte radio sul Monte Pidocchina che a quel tempo era presidiato da personale, e quello che mi colpì in modo particolare fu il gruppo di continuità: l’enorme gruppo motogeneratore elettro-diesel che lo alimentava. Infatti il ponte doveva essere assolutamente autonomo dal punto di vista dell’alimentazione elettrica e questo ingegnoso mezzo di sussistenza elettrica garantiva il servizio senza far cadere i collegamenti in atto nel ponte, e questo senza uso di batterie, per non parlare di converter statici che a quel tempo nemmeno esistevano. Un enorme volano inserito sull’albero che univa il motore elettrico trifase, il generatore e il motore diesel permetteva, nel momento della caduta della rete elettrica, di far partire il motore diesel.
Parliamo degli anni ’60 e sulla cima del monte era presente un manufatto dotato di enormi antenne a tromba elettromagnetica che, mi dissero, rappresentava un nodo cruciale per le comunicazioni fra nord e sud Italia. Era dotato di alloggi per il personale e la strada di accesso doveva essere sempre mantenuta sgombra in caso di neve, che allora era molto frequente e copiosa, a differenza di oggi.
Ricordo il rumore dello spazzaneve che di notte passava continuamente su per quella stradina che tortuosamente raggiunge la vetta.

Il Monte Pidocchina fu anche sede di un ripetitore radio Enel per il proprio sistema RIAM, utilizzato nel passato per raggiungere via radio i mezzi dell’azienda elettrica sul territorio. Oggi il manufatto è sempre di proprietà ENEL, ma è totalmente inutilizzato.
La cima è oggi un groviglio di ripetitori RAI, reti TV private e telefonia mobile e quindi la RF vi impera.

I primi anni allo “spiazzo”
Questo per quanto riguarda la vetta del Monte Pidocchina dal punto di vista storico; per quanto riguarda invece l’attività radioamatoriale dalla cima, in prossimità dei ponti radio, non si hanno grandi evidenze.
Nei miei ricordi riaffiora quella che fu la mia prima attività in portatile da lassù, effettuata dalla sella immediatamente sotto la cima, probabilmente negli anni settanta o forse anche prima.
Ci ritrovammo in due lassù contemporaneamente, io e un certo I5RRR di Siena, il cui call ricordo perfettamente: lui e il suo team operavano dalla vetta, proprio davanti al cancello del ripetitore, e non ci demmo nemmeno fastidio. Con ogni probabilità operavamo in AM e non in SSB.


Trasmisi da quello spiazzo accanto alla stradina per molti anni, solo in agosto, perché per me era possibile operare in portatile solo una volta l’anno per via del QRL, ed in occasione del “Contest della Montagna” (oggi Alpe Adria 144): la mia unica possibilità di svolgere l’attività radioamatoriale nel modo che prediligo.
Siamo nei tempi in cui di SSB nemmeno se ne parlava.
➜ Gli inizi, più di cinquant’anni fa
Siamo ai tempi del pionierismo delle attività in portatile VHF e tutto occorreva costruirselo da soli. Lassù di alimentazione elettrica non c’era nulla e i 220 volt necessari per alimentare i ricetrasmettitori occorreva crearseli. Mi costruii una specie di motogeneratore costituito da un “Mosquito 49 cc” e da una grossa dinamo tolta da un carro armato della Seconda Guerra Mondiale, che mi regalò mio suocero.

Lì accanto un paio di batterie da 6 volt, messe in serie fra loro, servivano per far partire — tramite la dinamo usata come motore elettrico — il piccolo motore ausiliario per bicicletta, il famoso “Mosquito”, e questo, una volta partito, caricava le batterie.
Queste ora mi fornivano 12 volt in CC e per portarli a 220 volt AC ci pensava un survoltore ad onda quadra che mi costruii avvolgendomi da solo le spire su un grosso trasformatore, del quale utilizzavo l’avvolgimento con il numero di spire maggiore, mantenuto intatto.
Il multivibratore a 50 Hz (o giù di lì) era realizzato da una serie di grossi transistor messi in parallelo, recuperati da vecchie schede IBM.
La scoperta dell’Anticima
Dopo qualche anno, con il desiderio di migliorarmi e di raggiungere traguardi sempre più ambiziosi anche in termini di riconoscimenti di classifiche in ARI, capii che quello “spiazzo” non mi bastava più perché di fatto era una sella, chiusa da due parti. La vetta era impraticabile per la presenza del ponte radio e l’unica cosa che c’era da esplorare era l’anticima, che mi chiudeva a sud-est oltre gran parte del restante sud della penisola, tranne Sicilia e Sardegna. Esisteva però, poco più a sud, un secondo cucuzzolo della montagna che si nota chiaramente nella foto, ed ecco qui che inizia la storia dell’Anticima del Monte Pidocchina.

Visitai quella seconda cima e mi resi conto che mi trovavo in una selva di faggi più o meno sviluppati e da lassù non potevo pensare di poter ruotare Yagi di una certa dimensione.
Operare con un’antenna di poco più di un metro di boom, con le velleità di ottenere risultati tangibili in contest che io dallo spiazzo — con una “2×6 Fracarro” prima e con una “2×11 Fracarro” dopo — già ottenevo, mi sembrava troppo penalizzante, ed iniziai quindi una generosa opera di… diciamo potatura …
Ora almeno una semplice “5 elementi Fracarro” poteva già ruotare…
Come dicevo, erano i tempi dell’AM e non dell’SSB, e quindi ricordo che del mio zaino professionale, a quei tempi dotato di un’armatura in alluminio, utilizzavo il ripiano inferiore incernierato per fissarci sopra l’apparato multigamma autocostruito, del peso di almeno una ventina di chili, se non di più …

Mi inerpicavo sul dirupo a fianco della strada, fra le felci che mi arrivavano al petto, aggrappandomi ogni tanto a dei provvidenziali alberelli che erano miei punti di riferimento, ed in qualche modo arrivavo in cima col fiato grosso; ma ero poco più che un giovanotto e di forze ne avevo in abbondanza …
Arriva l’SSB
Negli anni ’80 arrivò l’SSB: acquistai un ICOM IC-202 e, facendolo seguire da un amplificatore lineare a valvole autocostruito con una QQE06/40, divenni più conosciuto a livello radioamatoriale.
Nel 1974 persi il mio nominativo d’infanzia, I1LS prima e I0LS poi, a causa di un mio ritardo nel rinnovo annuale; mi fu assegnato lo sconosciuto call IK0BDO. C’era tutto da ricominciare …
Lassù ruotarono le 11 Fracarro, sia singole che sovrapposte, sorrette da un mostruoso supporto semi-telescopico in tubi di ferro da 4 cm di diametro, lunghi tre metri, che scorrevano paralleli l’uno all’altro per mezzo di cannocchiali, carrucole e corde fino a raggiungere l’altezza di cinque metri.
Al loro interno scorrevano sei tubi da antenna TV, sempre di ferro, che innestati uno sull’altro raggiungevano e superavano la cresta degli alberi a nove metri da terra. Il tutto aveva un peso davvero considerevole ed oggi mi chiedo come abbia fatto io a portarle lassù a spalla, da solo!
Mi inventai anche un sistema di ribaltamento delle antenne, che venivano issate parallele al mast (quindi con la punta rivolta al cielo) e, una volta raggiunta la verticalità, ruotavano di 90° e l’antenna diventava orizzontale.
Fu questo il mio primo articolo inviato e pubblicato da RadioRivista.



Questo sistema di innalzare (da solo) un mast alto quattro metri, con affiancata una 12 elementi Yagi di quasi sei metri di boom con la punta diretta verso il cielo — in modo che non si intrigasse fra le fronde dei faggi — per poi ribaltarla orizzontalmente una volta superate le cime, sarebbe stato meritevole di un copyright.
Come dicevo, le velleità crescevano e con esse la necessità di migliorarmi.
La 12 elementi Yagi che mi costruii, dal modesto boom di 5 metri e settanta, la feci utilizzando i pezzi delle due 11 Fracarro dismesse. Questa antenna me la progettò I0JXX: tirava come una bestia e fu la “mia” Yagi per anni. La installavo in cima all’Anticima ad inizio estate e la lasciavo lassù per due o tre mesi, geloso della postazione conquistata, che non facevo conoscere a nessuno.
Questo mi permise di fare un’ottima attività in VHF per diversi anni e fu così che il call IK0BDO non fu più tanto sconosciuto nel mondo delle VHF.

FE75D, il vecchio QRA Locator
Consideravo quel posto assolutamente mio ed ero sempre molto vago quando qualcuno mi chiedeva dove fossi.
Non esisteva alcun software che definisse la posizione ed io per anni e anni dichiarai per la mia postazione FE75D, secondo il sistema di QRA Locator di allora — anche con un mio articolo su una RadioRivista del 2017.
Si poteva localizzare solo su carta, perché allora non si usavano i PC, e quindi se qualcuno oggi desiderasse capire come funzionava non c’è che da scannerizzarlo da vecchi cimeli su carta. RadioRivista comunque ha in archivio un mio vecchio articolo che lo spiega sufficientemente.

Gli anni ’80 sono ormai andati e siamo nei ’90.

Poi, quando venne adottato il WWL, io lo convertii arbitrariamente in JN54LA, quando invece la sua corretta posizione è JN54LB.
Ma perché questo errore? Perché la posizione veniva rilevata su una cartina geografica di tipo scolastico, sulla quale veniva riportato a penna tutto un graticcio per inserire i “quadratoni” prima e, dentro di essi, i “quadratini”. Il tutto molto alla buona. I QRB si calcolavano con il righello millimetrato.
Mi sono addirittura ritrovato su ARI Fidenza, cercando JN54LA con Google. Dire che siamo stati dei pionieri è dire poco.
La “mia” Anticima, oggi
Ho continuato ad operare lassù per anni e anni fino al 2020 (qui l’attivazione) e chissà se mai ci potrò tornare …
Credo che pochissime volte altri colleghi abbiano utilizzato questa “mia” postazione, alquanto scomoda da raggiungere; ma trovo che altri amici l’hanno utilizzata in passato, se non altro perché dalle foto che trovo in rete li riconosco benissimo …
Questa è la sola evidenza pubblica che trovo su Internet di un utilizzo della “mia” Anticima della Pidocchina: ARI Montecatini Terme, attivazione 2007.


Come abbiano fatto Renzo e Marco — che conosco di persona — ad issare quell’antenna senza un sistema di ribaltamento è facilmente spiegato: primo, perché le foto risalgono all’aprile 2009 e quindi il fogliame non era ancora nato; secondo, perché essendo loro in due e con un tavolino a disposizione avranno installato la Yagi montandola approfittando del dirupo che guarda il Veneto, dirupo abbastanza scosceso, e quindi, sempre in due, avranno innalzato il mast spostandolo man mano verso la posizione verticale.
La pecca che ha l’Anticima è la mancanza di apertura verso Liguria, Piemonte e parzialmente la Lombardia; a dimostrazione di ciò, ecco le mappe dei QSO effettuati in due occasioni nell’agosto 2021.


Come si può notare, stazioni lombarde e piemontesi mancano quasi completamente.
A parte questo, è una bellissima postazione: anche con il solleone si è sempre riparati dai faggi; con le zone 3, la Slovenia e parte di 9A sembra esserci un filo diretto. Ma per raggiungerla a piedi occorre arrangiarsi, perché non esiste un sentiero.
L’ultima volta che ci sono stato è nel 2020, seppur aprendomi un percorso meno pericoloso per un ultra ottantenne.
Con ogni probabilità non tornerò mai più lassù e questo mi fa piangere il cuore; oggi però non sono più geloso di quella postazione che consideravo esclusivamente mia, anzi.
Il mio più grande desiderio è che essa non si debba nuovamente inselvatichire come quando la trovai io negli anni ’70.
Andateci, amici miei, mantenete la piazzola pulita come ho fatto io per anni e soprattutto amatela, come tanto l’ho amata io.
E se io sentirò in radio qualcuno che opera da JN54LB o, meglio, dalla referenza MQC I/TO-751, per me sarà un piacere ed un onore collegarlo.
Buona attività.
Roberto, IK0BDO